Eugenia Vitali Lebrecht

Promotrice dei diritti della donna

1858-1930

Eugenia Vitali nasce a Ferrara nel 1858 da una famiglia ebrea, si trasferisce a Verona nel 1880 in seguito al matrimonio con Guglielmo Lebrecht. Eugenia è una donna colta e appassionata di teatro che intrattiene relazioni a livello nazionale e internazionale e si dedica allo studio della letteratura, della poesia e della filosofia con finalità politiche. Nel 1907 è la quarta donna ammessa nella Società Letteraria, la più prestigiosa delle istituzioni culturali di Verona. È protagonista del rinnovamento educativo e si impegna per i diritti delle donne e della filantropia laica. Muore nel 1930.

San Floriano, 1906. Fuori, il vento autunnale soffia tra i colli e i vitigni appena spogliati dalla vendemmia. Dentro, gli ultimi ospiti prendono posto nel teatro della Villa. Si leva un piacevole brusio. Le eleganti scenografie classiche tacciono, eppure, presto, sarebbe venuto l’inizio. Quasi impercettibile, il silenzio arcaico prende il sopravvento, e le prime figure non tardano a comparire. Scendono, a passi cadenzati, le scale del palco. Tra le stoffe nere del coro, brilla il candido vestito di Elettra. Eugenia è entrata in scena.

La società ebraica veronese, di cui la famiglia Lebrecht è parte, ha una presenza minoritaria rispetto ad altre città italiane, ma costante nei secoli. Gli sviluppi più significativi si hanno a partire dal 1801, quando le mura del ghetto – situato tra via Mazzini e via dei Pellicciai – vengono demolite sotto l’occupazione francese, dando il via a un complesso, ma progressivo processo di integrazione della comunità ebraica. Le famiglie più benestanti iniziano a trasferirsi in prestigiosi palazzi del centro cittadino, nonostante la percentuale di ebrei presenti a Verona risulti diminuita all’inizio del Novecento, in quanto molti scelgono di spostarsi in centri italiani più importanti. Coloro che rimangono mantengono però rilevanza nello scenario economico e socio-culturale, grazie ai positivi effetti inclusivi dell’Unità d’Italia: gli ebrei ottengono infatti sotto il regno italiano sia libertà di culto che parità di diritti, favorendone la loro integrazione. Figure centrali nell’ambito veronese novecentesco sono la famiglia Lebrecht con la sua industria laterizia, nonché il botanico e filantropo Achille Forti, da cui nasce l’odierna Galleria d’Arte Moderna, e la scrittrice Virginia Tedeschi-Treves.

La presenza della comunità ebraica anche in ambito culturale ed educativo è testimoniata nel caso della Società Letteraria, di cui anche Eugenia Vitali entra a far parte. L’associazione vede infatti durante la sua storia un cospicuo numero di membri ebrei, dovuto a due principali cause: da un lato, vi è fin dalla fondazione un’espressa laicità e apoliticità della Società Letteraria nel suo statuto; dall’altro, la sua natura di principale snodo culturale cittadino diventa un’opportunità per quei membri della comunità che aspirano a un maggiore coinvolgimento politico e sociale. Nel corso dell’Otto e Novecento, la Società Letteraria riceve numerose donazioni e finanziamenti dai membri della comunità ebraica, tra cui quelli di Eugenia Vitali, che lascia gran parte del suo testamento alle istituzioni culturali veronesi.

Appartenente a un ambiente borghese ebraico di primo Novecento, innovatore e cosmopolita, Eugenia Vitali rappresenta un modello di donna colta, letterata e politicamente impegnata. È una figura che segue il solco di altre del passato, facendosi mediatrice culturale sul territorio veronese, grazie a un’attività di salotto e teatro che Eugenia Vitali svolge all’interno della sua villa a San Floriano. È un’attività di legittimazione femminile, che si accorda alle sue tendenze emancipazioniste: riconosce infatti una funzione educativa al teatro, come quello di autori come Ibsen, che secondo lei mette in luce “l’eccezionalità della donna nuova”. Nella villa vengono messe in scena numerose rappresentazioni che vedono Eugenia Vitali come protagonista e talvolta regista: nel 1905 Antigone di Sofocle, mentre l’anno successivo Agamennone e Coefore di Eschilo. La sua attività teatrale riceve l’approvazione di Gabriele d’Annunzio e la collaborazione del pittore Angelo Dall’Oca Bianca nelle scenografie, e attira inoltre molti veronesi illustri dell’epoca, tra cui Achille Forti, Luigi Messedaglia, e il poeta Berto Barbarani.

Nell’ambito della sua carriera letteraria, Eugenia Vitali entra nel 1907 alla Società Letteraria, insieme ad altre tre signore veronesi. Le donne, prima non incluse se non formalmente in rari casi, come Silvia Curtoni Verza, vengono ora riconosciute come membri effettivi. È un passo importante, che garantisce loro pieni diritti senza distinzioni di genere, ma che rimarrà un processo graduale: passeranno infatti parecchi decenni prima che le donne prendano possesso dei loro diritti in quanto membri, e che i loro numeri crescano all’interno della Società. Una libertà importante, però, da subito sfruttata da Eugenia Vitali e dalle compagne, è l’accesso ai documenti a prestito, che prima le donne potevano consultare solamente per vie indirette, tramite i membri familiari.

Eugenia Vitali coltiva una florida attività di critica letteraria, interessandosi ad autori come Guy de Maupassant e drammaturghi quali Henrik Ibsen e Bernard Shaw. A questo ambito si limiterà la sua scrittura con l’avvento del fascismo: negli anni ’20 collabora come editorialista e critica letteraria con il giornale “L’Adige”, con posizioni apertamente critiche nei confronti del Manifesto degl’intellettuali italiani fascisti del ministro Giovanni Gentile, definendo il vero intellettuale come spirito libero “fedele a se stesso per vivere l’armonia del suo pensiero nello spazio e nel tempo.”

 «Il procedere della scienza, specialmente nel ramo affine all’igiene sociale, diventa oggi una eventuale e possibile diminuzione delle piaghe sociali» afferma a proposito dei suoi studi sulla letteratura, la poesia e la filosofia. Ma ama anche il teatro, in particolare Ibsen, che ritiene «il solo realizzatore del verbo femminile nella sua più alta espressione d’indipendenza spirituale. Colui che più di ogni altr oha colto l’urgenza nella donna di una maggiore indipendenza morale e sociale perché oggi ella si accorge di vivere, sente di essere un pensiero, una energia, un ritmo, e come tale chiede rispetto per le sue azioni, dignità per il suo lavoro, sia questo lavoro famigliare, industriale o intellettivo»

Rappresentazione dell’Orestiade a Villa San Floriano, Illustrazione italiana, 1906, n.43.

Donna di cultura, Eugenia Vitali Lebrecht crede che il progresso scientifico e intellettuale porteranno a un progresso sociale, e si adopera attivamente in questa direzione. Questo pensiero filosoficamente ottimista, che vede come necessità storica l’emancipazione delle donne, fonde le teorie di Marx, Vico e Stuart Mill con il “femminismo scientifico” di Maria Montessori. Questo femminismo dà grande importanza all’educazione femminile, in quanto permetterà alle giovani donne di emanciparsi dal ruolo imposto di madri e massaie e metterà fine al monopolio maschile sulla scienza. Su questa scia, Eugenia Vitali pronuncia un discorso appassionato e documentato durante il Congresso per le donne a Roma nel 1908, argomentando la necessità di un’educazione laica e scientifica nelle scuole.

La Vitali Lebrecht era già membro dell’Associazione per la donna, di cui fonda la sezione veronese nel 1907. L’associazione si pone come obiettivi l’ottenimento del suffragio per le donne, un passo importante e simbolico, ma anche dell’emancipazione giuridica e materiale delle donne in tutte le sue forme. Le donne dell’epoca infatti, sono soggette all’autorizzazione maritale, ovvero non hanno la libertà di amministrare liberamente il proprio patrimonio e hanno bisogno dell’approvazione del marito per compiere molti atti giuridici, e le donne lavoratrici sono soggette ad una disparità retributiva importante rispetto agli uomini, con salari che ammontano talvolta a meno della metà.

BIBLIOGRAFIA

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